L’altra faccia della pedofilia.

Posted on 5 maggio 2011

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Quella che se n’é andata è la terza giornata nazionale contro la pedofilia, e ho voluto trattare il tema ponendo l’attenzione non sull’enorme danno cui i minori vittime di abusi sessuali vanno incontro, di cui non si parlerà mai abbastanza, ma sui loro carnefici, i quali spesso e volentieri vengono spogliati di ogni dignità umana e considerati mostri perché “malati”.

Qui di seguito riporto un paragrafo tratto dalla mia tesi di laurea sulla questione della valutazione dell’imputabilità penale (i cosiddetti incapaci di intendere o di volere), in cui affronto la questione del pedofilo nell’ottica giuridica. Spero che per qualcuno questa lettura possa rappresentare uno spunto di riflessione.

La parola mostro deriva dal latino monstrum, e significa “prodigio che ammonisce della volontà degli dei”; tra le varie accezioni che ha raggiunto nel corso degli anni, il termine viene comunemente utilizzato a tutt’oggi anche con il significato di “persona estremamente crudele, malvagia” [1]. Oggigiorno viene solitamente definito ‘mostro’ chi si sia macchiato di un crimine particolarmente efferato e crudele, trattasi solitamente di omicidio, violenza sessuale o su minori. Vale però la pena di soffermarsi sulla stigmatizzazione del pedofilo, appunto come mostro.

Secondo il DSM-IV [2], la pedofilia altro non sarebbe se non una parafilia, una perversione sessuale, o meglio fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti o intensamente eccitanti sessualmente che possono riguardare vari oggetti di investimento. Va considerato che il diritto penale non contempla il reato di pedofilia, semmai, tra gli altri, quello di violenza su minori; si ricorda anche che in altre epoche, in altre civiltà, la pedofilia era considerata pratica comune (nell’antica Grecia ad esempio, dove svolgeva un ruolo canonico nello sviluppo sessuale [3]; o anche in Giappone fino al XVIII secolo).

Supponiamo che un soggetto pedofilo compia un abuso sessuale su un minore. Il crimine è commesso senza dubbio, ma bisogna ora valutare l’imputabilità del reo. Tralasciando per un attimo l’immagine della situazione descritta, scendiamo nell’ottica antropologica del parafilico: l’essere umano è pur sempre un animale, e in quanto tale non esula da alcuni bisogni e istinti fondamentali, tra cui quello della sopravvivenza della specie. Sappiamo che tutti gli animali provano l’istinto a riprodursi, e sappiamo anche che la riproduzione richiede l’atto sessuale, per cui è necessaria l’eccitazione erotica. Abbiamo però osservato che alcuni individui si differenziano da altri per l’investimento oggettuale mediante il quale questa eccitazione viene raggiunta, cui è appunto stata data la nomenclatura di ‘parafilico’.

E’ già stato affermato che il Codice Penale italiano non prevede il reato di Pedofilia (sarebbe un controsenso punire una persona solo perché malata), ma qualunque persona ‘affetta’, sempre per usare un linguaggio medico, dalla parafilia in questione non può di fatto soddisfare il proprio istinto sessuale senza infrangere la legge.

Ora, se si accetta la posizione psichiatrica [4], considerando le parafilie dei disturbi psichici, ovvero delle malattie mentali, e contemporaneamente l’idea giuridica che chi agisca affetto da un’infermità mentale non sia semplicemente imputabile, quello che si viene a creare è un paradosso che potrebbe minare l’intera struttura dello stesso concetto di imputabilità. Per primo punto è la società stessa, con le imposizione delle leggi, a creare un primo danno al pedofilo: egli infatti, come si è detto, si vede impossibilitato a soddisfare un istinto naturale e necessario che tutti gli esseri viventi possiedono; di conseguenza, non può essere punito sulla base di quelle stesse norme che per prime gli fanno torto. Ancor più concretamente, sempre accettando le posizioni medica e giuridica, il pedofilo che usa violenza [5] non sarebbe comunque imputabile, perché se è vero che l’atto è commesso per ottenere uno scopo (l’eccitazione sessuale) che è dettato da una patologia (appunto la pedofilia) allora è vero anche che se il soggetto agente non fosse ‘malato’ non avrebbe commesso il fatto, in quanto non ne avrebbe avuto bisogno. Non avrebbe cercato di eccitarsi con un bambino se in grado di farlo ‘normalmente’. Quindi questo significherebbe che abbia agito sotto l’effetto di un’infermità mentale, i quali impulsi non può controllare proprio perché non ‘normale’ come richiederebbe la Cassazione [6].


Note:

  • 1. Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, 2003.
  • 2. American Psychiatric Association , DSM-IV Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (ed. it. a cura di Andreoli V., Cassano G. B., Rossi R.) Masson, Milano, 1994.
  • 3. Sarebbe forse più corretto parlare di pederastia; non mancano tra l’altro testimonianze di rapporti simili anche tra donne.
  • 4. In questo caso andrebbe fatta una riflessione riguardo il concetto di ‘perversione sessuale’ della nosografia psichiatrica, non va dimenticato che fino al 1973 (anno in cui fu pubblicata la terza versione del manuale) era considerata tale anche l’omosessualità. L’impressione è che tra non molto le differenziazioni in fatto di attitudini sessuali, ad eccezione probabilmente della sola pedofilia, verranno considerate come delle semplici varianti tutt’altro che patologiche.
  • 5. Pare che in realtà solo una minima parte dei pedofili usino violenza: in quei casi a prevalere sarebbe un istinto sadico nei confronti di una vittima, il bambino, in qualità di essere indifeso (Ruggiero D., Corso in Psicologia Giuridica, Psicopatologia e Psicodiagnostica Forense 2004-2005, pubblicazione AIPG online).
  • 6. Ciò nonostante la Cassazione ha stabilito (Cass. 12 novembre 2003, n. 43135) che la diagnosi di pedofilia non escluda né attenui la capacità di intendere e di volere.
Da un punto di vista della psicologia sociale si compie una contraddizione concettuale: siamo tutti disposti a pensare che un essere umano adulto che abusi sessualmente di un ragazzino sia “malato di mente”, ma siamo anche allo stesso tempo portati a pensare che  agisca in pieno possesso delle proprie facoltà volitive e quindi commettendo consapevolmente un male.
In realtà la situazione è estremamente più complicata di quanto non sembri. Il pedofilo, come già accennato nel paragrafo, è innanzitutto in uno stato di fortissima angoscia. Spesso infatti si scopre di essere attratti da un fanciullo già ad una certa età (ci sono molteplici casi in cui si parla anche di adulti sposati e con figli); immaginiamo di considerarci delle persone integre ma di dover fare i conti con un improvviso impulso a fare qualcosa di abominevole: con tutta probabilità sprofonderemmo nel caos.
A macchiarsi di tali gesti sono le persone meno forti che finiscono col cadere in tentazione, e verranno travolte da una vergogna così violenta da costringerle a crearsi dei mondi fittizi, in cui non fanno “nulla di male” e il ragazzino “é consenziente” – sono infatti queste le giustificazioni che più spesso vengono usate, ma sono castelli di carta e i soggetti in questione lo sanno bene, soffrendone atrocemente. I pedofili si differenziano dai sadici proprio per questo.
Scrivo questo non per difendere o attaccare chicchessia, ma perché dietro ad ogni gesto, crudele o meno che sia, c’è sempre un essere umano con la propria dignità, e che questa sia un qualcosa che ad un uomo non debba essere strappata mai. Nonostante quella del pedofilo sia una figura bistrattata da entrambi i campi di cui si parla nel paragrafo citato, la psichiatria e la giurisprudenza, e nonostante mi renda perfettamente conto della gravità delle azioni di chi abusi di un minorenne, resto convinto che la persona pedofila rimanga comunque prima di tutto una persona.
Una persona che va aiutata. Metterla alla forca equivarrebbe a nascondere la polvere sotto il tappeto.
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Posted in: Pensieri